sabato, gennaio 06, 2007

L'accaso e l'apposta

Sono ormai passati diversi mesi da quando la logica dell'accaso ci ha pervaso e convinti, tant'è che ne ho pure richiamato la forza nel titolo del blog. Ma questi primi giorni dell'anno che sono giorni di bilanci e di buoni propositi mi hanno fatto tornare alla mente un vecchio scontro: caso o necessità.

Per i giorni nostri le parole sono tradotte nell'accaso e nell'apposta.

Pertanto le cose avvengono accaso e noi che siamo esseri pensanti e ci facciamo tante seghe mentali tentiamo di darne una ragione, una causa, una consecutio? Oppure le cose avvengono davvero per un freddo principio di causa-effetto e spesso ci rifugiamo nell'accaso come una madre che ci da sicurezza con la sua non-logica semplice e protettiva?

9 commenti:

Maurizio ha detto...

Bello, bello, bello.
Mi piacerebbe tanto tornare sulla discussione e approfondire ciò che negli ultimi anni ho soltanto sfiorato con qualche lettura. In realtà, fra Caso e Necessità, il vero problema che ci affatica è "Siamo liberi?"
Per il signor Carnap una domanda del genere non ha alcun senso, è una questione metafisica che non merita nemmeno di essere indagata. Ma d'altronde ritenere che la metafisica sia una sciocchezza è una sciocchezza (Waissman)
A tal proposito (Caso e Necessità) il buon vecchio Epicuro pensava di aver risolto la faccenda del libero arbitrio con il clinamen, (da non confondersi con il clitoris) ovvero proprio con il Caso.
Quel gran geniaccio di Hume è stato il primo che ha dimostrato che il libero arbitrio è incompatibile con il determinismo, ma allo stesso tempo lo richiede.
Insomma, alla fine è un gran casino, anche perché, volendo mettere in ballo il Teorema di incompletezza di Gödel, è possibile dimostrare che il determinismo non è dimostrabile... ma allora siamo liberi o no?

Raffa ha detto...

Secondo me è così: le cose, gli avvenimenti, stigazzi possono essere parametrizzati con gli strumenti della scienza. Ma come è ben noto, molte volte, per ottenere un modello attinente con la realtà il numero dei parametri è altissimo. Altissimo talvolta è approssimabile a infinito, ovvero non ci si fa a parametrizzare tutto. Pertanto, quanto grande e ampia sia la nostra intelligenza, ovvero la capacità di analizzare (ovvero parametrizzare) gli eventi e da essi trarre conclusioni (ovvero azioni da eseguire in funzione di ciò che è accaduto), non possiamo avere la certezza che la nostra azione sia giusta.
Pertanto non è per me scorretto dire che le cose succedono accaso, o che si fanno le cose accaso, perché per quanto ci si possa pensare e sulle basi del pensiero agire, c'è sempre una parte degli avvenimenti e delle azioni che sfugge alle regole (i parametri) conosciuti. I religiosi vedono in questa frattura l'esistenza di un dio che, appunto, agisce su ciò che noi non conosciamo. Per me è semplicemente che molte cose (così come molte nostre azioni) succedono accaso, sia perché non sappiamo ancora perché succedono così (nel caso degli eventi esterni), sia perché quando la nostra intelligenza non ci aiuta, agiamo d'istinto (nel caso delle nostre azioni).
Insomma, l'accaso è una filosofia di vite ('gna bere tanto, ma poi si accetta)

Mau ha detto...

Ovviamente non sono d'accordo con la visione di Raffantrello, il quale pone a giustificazione di una visione religiosa della vita il cosìddetto "dio dei vuoti", ovvero quel dio che con la sua azione soprannaturale va a colmare le lacune dello scibile umano scientifico e razionalista.
Il mio poco modesto parere sulla questione è che il problema di Dio, benché legato al problema della conoscenza, sia antecedente ad esso. Riguardo alla conoscenza, ritengo che ogni sistema che tenta di conoscere se stesso sia destinato al fallimento. Ovviamente questa non è un'idea mia, ma un fatto ben noto, e persino scientificamente fondato, che la civiltà occidentale conosce (si noti il paradosso) fin dagli anni '30 del secolo scorso, quando Heisenberg (fisica quantistica) e Gödel (matematica) posero degli enunciati decisivi in merito al problema. Tutto ciò che possiamo fare è creare degli isomorfismi alla realtà (i modelli della scienza) molto ben funzionanti, ma comunque molto limitati. Evitando di parlare di noumeni kantiani (Carnap inorredirebbe), credo che la realtà sia alfine davvero inconoscibile e incomunicabile. Il mistero dell'esistenza può essere al limite un fatto esperenziale che si concretizza solo nelle visioni dei grandi mistici, e Dio, se c'è, è il senso del mondo al di là di esso (mi pare che l'abbia detto Wittgenstein).

Raffa ha detto...

Mi pare eclatante la divergenza di vedute, che tenterò di esemplificare in questa mia.

La via alla conoscenza di se stesso, inteso come la propria persona, no la cultura, è l'unica che mi fa star bene.

Se questo processo sia destinato al falli mento, dipende dalla definizione dello stesso. Siccome tutti si more, l'è un fallimento di certo. Ma del resto qua siamo, qualcosa 'gna pur fare, no?

E per quanto riguarda dio, che sia una storia vecchia come il mondo, mi pare chiaro dalle tracce di dei, deucci e deidedei trovati in tutte le culture. Ma non è forse l'ignoranza e la paura ad avvicinare le persone agli dei? Non accaso ritengo di poter azzardare che la più grande concentrazione di atei la si trova nelle persone che bazzicano l'ambito scientifico, e in quelle culture in cui esiste un'alta percentuale di persone aventi un'educazione universitaria. Che poi tutte queste persone siano una minoranza nel mondo, e che San Pietro, la Mecca e le rive del Gange siano strapieni di gente l'è un altro discorso. Certo, il dio del vuoto, inteso come il dio dell'ignoranza, a me mi suona proprio bene.

Lo stesso parlare del non poter conoscere la realtà ma solo degli "isomorfismi alla realtà" (sic) è secondo me l'inverso di ciò che considero il mio processo conoscitivo: cercare di conoscere e comprendere l'esterno. Secondo me è solo l'interno che si può tentare di conoscere (un applauso alla parola tentare). Dell'esterno si faranno dei modelli (gli iso morfismi), ma il loro utilizzo può essere solo per la ricerca di ciò che è dentro noi stessi. Magari un giorno diventerò seguace del dio delle budella, chissà.

Mau ha detto...

Γνωθι Σεαυτόν?

L'approfondimento di tali questioni così fondamentali suscita in me atterrimento di fronte all'abisso che la ragione si trova davanti.
Non lo so se siamo liberi, non lo so se Dio esiste, ma soprattutto, cos'è Dio? Non lo so.

Per tornare al problema di Caso e Necessità, non credo nel positivismo razionalista, ovvero non credo che la nostra visione delle cose sia limitata (e che abbiamo bisogno di qualcosa che si chiama Caso) solo perché è impossibile conoscere e quantificare esattamente tutti i parametri necessari alla conoscenza di tutti i fenomeni, né credo che un Dio soprannaturale intervenga a spiegare i fenomeni non spiegati (il dio dei vuoti) o intervenga a metterci la mano quando e come gli garba. Credo bensì che il non-determinismo sia qualcosa di strettamente connaturato alla natura stessa delle cose. I modelli macroscopici funzionano molto bene, ma c'è comunque un livello che sfugge, qualcosa di inafferrabile che non è dovuto alla limitatezza umana, ma alla limitatezza intrinseca di qualsiasi processo conoscitivo. Einstein sosteneva che Dio non giocasse a dadi. Chi sono io per smentirlo? Eppure, me ne sbatto, secondo me Dio gioca anche a briscola e tressette.

Raffa ha detto...

Secondo me dire che la visione delle cose è limitata prescinde dalla possibilità di parametrizzarle o meno.

Io posso sapere cosa TI passa per il capo in questo momento? Molto probabilmente no, per cui la mia visione delle cose è limitata.

Io posso sapere cosa MI passa per il capo in questo momento? Probabilmente sì, ma ci sono dei momenti in cui neanch'io capisco perché agisco in un certo modo. Anche la visione delle mie cose è limitata.

Quello che intendevo prima con il processo interiore, è che per quanto potrò tentare di capirti, avrò ben poche possibilità di riuscirci, perché io non sono te.

Per quanto possa tentare di capirmi, nella maggior parte dei casi fallirò, ma alcune volte lo sento. Di potermi capire. Non fosse altro che per la sensazione di stare bene. Qual miglior soddisfazione dello stare bene con sé stessi?

Poi oltre alla visione limitata delle cose ci sarebbe da parlare della visione della fibra da vicino, ma questo ci fuor vierebbe.

Mau ha detto...

Ok. Giungiamo quindi a un'intesa? Posto che il problema dualistico Caso/Necessità non è probabilmente risolvibile nell'arco dell'intera esperienza umana, lo "gnoti sautòn" socratico diventa un impegno più concreto e raggiungibile?

Raffa ha detto...

Ovvia, "nosce te ipsum", "conosci te stesso", "tunne itsesi", finalmente è stato svelato l'arc'ano!

Mi pare un'ottima conclusione.

Diane caroMau, brindo alla tua salute con un bel bicchiere di vino (tanto sono in va' canza)

Edo ha detto...

Fantastico! Volevo lasciare un commento, ma dato il livello della discussione, preferisco trincerarmi in un adeguato silenzio...